La Sagra di Sant’Antioco. Cenni storici
Si potrebbe a lungo indagare sulle origini della Sagra di Sant’Antioco ma sino ai nostri tempi non rimangono che ipotesi, anche se diversi documenti, di un’epoca forse avanzata per la storia della sagra, pervengono a noi offrendo delucidazione sulle antichissime radici di questo evento.
Forse dalla stessa morte del Santo, che la tradizione fissa nell’anno 127d.C., l’afflusso sempre maggiore di fedeli che si stringevano intorno alla tomba del santo, ha contribuito a generare un avvenimento che presto avrebbe coinvolto tutta la Sardegna.
La storia che attraversò Sulci negli anni che seguirono la morte del Santo, rimane oggi nell’ombra per quanto concerne le origini e l’evoluzione della sagra.

Prima di arrivare alla certezze dei dati documentati è necessario comunque analizzare alcuni fattori che già possono portare ad elaborare le prime ipotesi. La prima è di certo la lapide ritrovata nella cripta del Santo, datata VI sec d.C., che potrebbe far presumere un culto ed eventuali manifestazioni legate al Santo già da questi tempi remoti. Nel 1089 il Giudice Costantino donò la Basilica Minore di Sant’Antioco Martire ai monaci Vittorini, altro segno tangibile, almeno per ipotesi, che il fermento dei fedeli fosse vivo e concreto nei riguardi del Martire.
Nel 1124 il Giudice di Cagliari Torchitorio donò l’intera isola al Santo che da quell’anno passò alla storia con lo stesso nome del medico della Mauritania: Sant’Antioco.
Ancora, però, non esistono documenti che attestino o portino in giudizio l’importanza della sagra, anche se risulta lecito osservare questi dati storici come una chiara prova, e in qualche modo segnalano l’importanza delle funzioni legate al Martire.
Il documento più antico di cui si è potuta prendere visione risale al 1523. Nel “Libro di vari ordinamenti degli antichi Vescovi e statuti” si intravedono le prime norme dettate in occasione della sagra di Sant’Antioco. Il testo rimanda ad una ordinanza del 1520. In questi tempi non di certo a noi vicini, la Sagra era già un punto di riferimento per i fedeli di tutta la Sardegna.
Il documento più importante ed esplicativo è del 1593. Tale documento, il “Process de Miracles” in lingua Catalana, ci offre un prospetto che ha il potere di trasportare i nostri sensi tra le folle che un tempo numerose “assalivano” il paese in onore del Santo.
Tanti sono i dati curiosi. Si parla di numeri esorbitanti, 3000 “Traccas”(carri trainati da bovini), 4000 cavalli ed un concorso di folla che aveva ben poco da invidiare alla Sagra del 1615, che si tenne dopo il ritrovamento delle reliquie di Antioco.
In questa occasione la terra Antiochense si riempiva

per diversi giorni di animali, uomini e donne che animavano in modo simpatico e pregno di fede le strade e le piazze. I fuochi illuminavano l’isola in ogni lato, i suonatori rallegravano i volti, le bancarelle offrivano ricchezza di beni in questi giorni di festa. E da tutta l’isola arrivavano i fedeli ad onorare la tomba del Santo, e non solo dall’isola madre ma anche Castigliani, Francesi, Aragonesi, Corsi, tutti partecipi alla grande festa che ospitava inoltre personaggi influenti, un infinito numero di Sacerdoti che si distribuivano le centinaia di messe celebrate.
Tutto ciò accadeva in quadro storico che risultava tutt’altro che proficuo. Dal secolo VIII le incursioni e le razzie dei pirati avevano trasformato l’isola in un luogo poco sicuro, e ancora continuavano negli anni sopra descritti… e sarebbero continuate ancora. Nonostante lo spopolamento dell’isola la Sagra di Sant’Antioco proseguì per la sua via, quasi indipendente dai fattori esterni, eccetto cause di forza maggiore come la peste. E’ forse questa la testimonianza più forte dell’importanza che il Santo ricopriva, e tutt’oggi ricopre, nella vita dei fedeli.
Gli anni dello splendore della Sagra non finirono sino alla seconda guerra mondiale. Altre testimonianze ci arrivano dal passare dei secoli.
Verso la metà del 1800, iniziano i primi fatti curiosi che restano, forse ancora oggi, al centro di una tanto discussa questione.
Dopo il ritrovamento, le reliquie vennero trasportate ad Iglesias per questioni di sicurezza; l’isola contava ormai pochissimi capi famiglia, era pressochè spopolata e soggetta ancora a troppe incursioni per poter garantire una certa sicurezza alle spoglie mortali del Santo.
Così ogni anno, in occasione della Sagra, un corteo partiva da Iglesias per trasportare le reliquie sino alla Basilica di Sant’Antioco. A fine manifestazione il tutto veniva riportato ad Iglesias e tenuto in custodia dagli Iglesienti.
Questo sino alla data sopra citata quando cominciarono i primi tumulti che turbavano l’ordine pubblico ed il normale svolgimento della manifestazione. Gli Antiochensi rivendicavano la “proprietà ” dei tanto amati resti. Certo non lo fecero proprio con le buone; in diverse occasioni volarono calci e pugni per impedire al carro contenente il reliquiario di tornare ad Iglesias. Inoltre le invasioni era ormai poco frequenti, l’isola di Sant’Antioco si era ormai ripopolata e aveva raggiunto una certa forza. Si pensò infatti che oramai il pericolo per le reliquie fosse scongiurato. Ma gli abitanti di Iglesias, il comune ed il Capitolo, non vollero cedere rivendicando a loro volta la “proprietà ” delle reliquie alle quali si erano dedicati per tanto tempo, avendogli persino innalzato un prezioso altare barocco.
Per qualche anno si susseguì la diatriba passando addirittura per vie legali. Alla fine la questione venne risolta attraverso una dimostrazione atletica.
La vittoria spettò agli Antiochensi che dal 1853 detennero la custodia delle reliquie, nella terra di Sant’Antioco, dove forse per molti versi era meglio che stessero.
Fu in questa occasione che nacque l’appellativo “Fura Santusu”, dettato dagli Iglesienti a sfavore degli Antiochensi che presto lo restituirono al mittente.
Oggi questo appellativo confuso tra scherno e realtà è pressochè dimenticato ma è d’obbligo ricordare che qualsiasi ragione non è sufficiente a giustificare una proprietà che non può sussistere, tanto meno quando i fattori in gioco non possono, per buon senso esistenziale, appartenere a nessuno. Ciò che forse è giusto è che le reliquie del santo seguano un processo naturale, continuando a riposare laddove per secoli hanno vegliato sulla cultura, sulla fede, sulla tradizione.
E’ un patrimonio collettivo di crescita, che prescinde dal credo, che calando nella sostanza si riduce in semplici termini capaci di dar libero sfogo a quell’elemento che chiamiamo evoluzione.
La Redazione